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    Ara Pacis Augustae: le fonti letterarie*
    Monica Centanni e Maria Grazia Ciani

    *>Repertorio delle fonti letterarie dirette e indirette
    con testo originale greco o latino di tutte le fonti citate nel saggio


    I. Le testimonianze sul monumento


    I.1 Il decreto del Senato per l'istituzione dell'Ara (13 a.C.)
    In un passaggio delle Res Gestae Augusto afferma che l'Ara Pacis venne costruita "per decreto del Senato" in occasione del suo ritorno dalla campagna di pacificazione in Spagna e in Gallia:

    Quando tornai a Roma dalla Spagna e dalla Gallia, compiute felicemente le imprese in quelle province, nell'anno del consolato di Tiberio Nerone e Publio Quintilio, in onore del mio ritorno, il Senato decretò che dovesse essere consacrata l'Ara della Pace di Augusto presso il Campo Marzio e dispose che in essa i magistrati, i sacerdoti e le vergini Vestali celebrassero un sacrificio annuale.

    T.1 Res Gestae Augusti 12, 2

    L'anno del consolato di Tiberio Nerone e Publio Quintilio è il 13 a.C.

    Cassio Dione (II-III secolo d.C.) non ricorda l'Ara Pacis e riferisce invece che, al ritorno di Augusto dalle province occidentali, il Senato avrebbe decretato l'istituzione di un altare per il suo ritorno, all'interno dello stesso edificio del Senato (βωμὸν ἐν αὐτᾠ τᾠ βουλευτηρίῳ ὑπὲρ τῆς τοῦ Ἀυγούστου ἐπανόδου), ma Augusto avrebbe rifiutato questo insieme ad altri onori (Cassio Dione LIV, 25.3).

    I.2 La data dell'inaugurazione (30 gennaio 9 a.C.)
    Stando al calendario dei Fasti Praenestini (T.2) l'inaugurazione del monumento avvenne quattro anni dopo il decreto del Senato che ne aveva stabilito la costruzione: la fonte consente di risalire al giorno esatto dell'inaugurazione del monumento: 30 gennaio del 9 a.C.

    Il 30 gennaio, giorno dell'inaugurazione dell'Ara, è anche la data del compleanno di Livia, moglie di Augusto. La data dell'anniversario dell'inaugurazione del monumento è confermata da un brano dei Fasti di Ovidio:

    Per molto tempo vi fu guerra tra gli uomini: la spada al posto dell'aratro, / il cavallo e non più il toro al giogo. / A riposo le zappe, le vanghe trasformate in lance, / dal metallo dei pesanti rastrelli si fabbricavano elmi. / Ma ora, grazie agli dei e alla tua casata, da molto tempo la Guerra giace in catene sotto ai nostri piedi. / Che i buoi tornino ai gioghi, e il seme nella terra arata! / La Pace è madre di Cerere, Cerere è figlia della Pace. / Nel sesto giorno prima delle Calende, / nei pressi della fonte di Giuturna, un tempio fu dedicato agli dei figli di Leda: / fu elevato ai divini fratelli da fratelli di stirpe divina. / Ed ecco che il nostro canto ci ha condotto all'Altare della Pace: / mancano due giorni alla fine del mese. / Eccola la Pace, con l'alloro di Azio sui capelli raccolti. / Vieni, o Pace, e su tutto il mondo spargi la tua dolcezza. / Se non vi sono più nemici, anche i trionfi vengono a mancare: / ma tu darai ai nostri principi una gloria maggiore di quella vinta in guerra. / Che il soldato impugni le armi solo per difendersi da altre armi! / Che il suono pauroso della tromba risuoni soltanto nelle feste. / Fino agli estremi confini del mondo il nome degli Eneadi deve far paura. / Se esiste un popolo che non ha timore di Roma, impari ad amarla! / Gettate l'incenso, sacerdoti, sull'altare della Pace! / Cada la bianca vittima, con la fronte bagnata dell'acqua lustrale! / E la Casa del principe che ci dona la pace con essa duri in eterno: / per questo innalzate agli dei benevoli le vostre pie preghiere.

    T.3 Ovidio, Fasti I, 697-722

    Considerato che Augusto compose (o fece comporre) le Res Gestae alla fine della sua vita (vedi il saggio di approfondimento Le Res Gestae Augusti e l'Ara Pacis), questa ovidiana è da considerare la testimonianza poetico-letteraria più precoce sul monumento, importante anche per le indicazioni sul rito che vi si celebrava annualmente.

    Nell'8 a.C. Ovidio è esiliato a Tomi, sul Mar Nero, e la stesura dei Fasti, opera che celebra le festività del calendario romano, viene interrotta a metà. È probabile che Ovidio, quando scriveva questi versi, avesse sotto gli occhi l'Ara Pacis, inaugurata il 30 gennaio del 9 a.C.

    Il riferimento alla "Pace con l'alloro di Azio sui capelli raccolti" potrebbe essere interpretato come testimonianza di una statua di Pax collocata nelle adiacenze dell'altare augusteo.

    Peraltro anche Cassio Dione nella sua Storia Romana (II-III secolo d.C.) menziona una statua dedicata da Augusto alla Pace (e a Salus Publica e Concordia) utilizzando il denaro che il Senato e il popolo romano avevano stanziato per statue-ritratto dello stesso princeps:

    E poiché il Senato e il popolo avevano stanziato ancora del denaro per statue di Augusto, non ne fece fare nessuna di se stesso ma dedicò statue a Salus Publica, a Concordia, a Pax.

    T.4 Cassio Dione 54, 35. 2

    Nella prima ricostruzione dell'Ara proposta alla fine del XIX secolo [Petersen 1894] era prevista una statua di Pax posta di fronte all'ingresso del monumento.

    I.3 Ipotesi di identificazione degli artisti dell'Ara Pacis
    Nel dettaglio della lucertola e della rana presenti nel fregio vegetale posto sul lato nord dell'Ara Pacis è stata letta la firma crittografica, in forma zoomorfica, dei due architetti del monumento. La fonte di questa ipotesi è Plinio:

    Non si devono poi dimenticare Saura e Batraco, di nazionalità spartana, che eressero i templi all'interno del Portico di Ottavia: alcuni ritengono che costoro, possedendo ricchezze più che cospicue, provvedessero a loro spese a finanziare i lavori, perché speravano di essere segnalati in una iscrizione (l'iscrizione fu loro negata, ma il loro scopo lo conquistarono in altro modo: infatti rimangono tuttora scolpite, su tori di colonne, una lucertola e una rana, con una chiara allusione ai loro nomi).

    T.5 Plinio, Naturalis Historia XXXVI, 42 (traduzione di Rosanna Mugellesi)
    Ara Pacis, lato nord, dettagli con lucertola e rana

    Secondo Angiolo Pasqui (l'archeologo che diresse il primo scavo scientifico, agli inizi del Novecento) la notizia contenuta nella Naturalis Historia sarebbe da riferire a due architetti, o scultori, attivi nell'importante impresa augustea della Porticus Octaviae, per i quali potrebbe dunque anche essere ipotizzato un intervento nell'Ara Pacis [Pasqui 1904]. Dopo Pasqui questa ipotesi non ha avuto fortuna critica, anche perché secondo parte della critica Plinio farebbe qui riferimento non all'intervento augusteo, ma alle edificazioni del II secolo a.C. della Porticus Metelli, sul cui sito sarebbe poi stata riedificata la Porticus Octaviae (sulla personalità storica di Sauras e Batrachos: Gwin Morgan 1971, pp. 491 ss.).

    Base di colonna con lucertola e rana, incisione da Piranesi, Le Antichità Romane (1756)

    Così già Piranesi, con esplicito riferimento al passo di Plinio e a Sauras e Batrachos, illustrava un suo disegno pubblicato ne Le Antichità Romane:

    Metà del diametro della colonna con modanatura sottopostavi della base. Nel plinto di esse si vedono arabeschi, fra i quali scherzano una lucertola e una rana, le quali secondo Plinio formavano la divisa dei fabbricatori del tempio. Quest'ornamento si vedeva tra i molti pezzi di marmo nela cantina della persona già mentovata nelle tavole anteriori (i.e.: Signor Francesco Battilana).

    Piranesi, Le Antichità Romane IV, 217

    II. I riti legati all'Ara Pacis

    II.1 Anniversarium sacrificium
    Nello stesso paragrafo delle Res Gestae sopra citato, Augusto menziona un "sacrificio annuale" disposto dallo stesso Senato contestualmente al decreto per l'istituzione del monumento: il sacrificio doveva essere celebrato nell'anniversario della inaugurazione da "magistrati, sacerdoti e Vestali".

    Nel brano di Fasti I che abbiamo ricordato, Ovidio fornisce una descrizione compendiata del rito che avveniva il 30 gennaio nell'Ara Pacis: dall'altare, posto all'interno del recinto, si alzavano i fumi dell'incenso sparso sulle braci dai sacerdoti (v. 719), veniva sacrificata una"alba victima" la cui fronte era stata precedentemente cosparsa di liquido lustrale (v. 720), quindi si innalzava una preghiera rivolta agli dei, per la durata eterna della pace e insieme della Domus di Augusto che aveva procurato la pace a Roma (vv. 721-722).

    II.2 Supplicatio
    Nel Feriale Cumanum (T.6), in riferimento al giorno del 30 gennaio, si trova menzione di una supplicatio rivolta all'imperium di Cesare Augusto in quanto "custode dei cittadini di Roma e di tutta la terra".

    L'istituto della supplicatio deriva da un rituale di origine greca, e in età repubblicana è esclusivamente rivolto alle divinità per espiare una colpa, per ingraziarsi gli dei o ringraziarli del buon esito di un'impresa [Franchini 2005].

    Dopo la vittoria di Azio, tra le varie prerogative che Augusto via via concentra, più o meno formalmente, sul suo ruolo, il princeps avoca a sé la possibilità di dispensare la grazia, e la supplicatio da rituale religioso assume una valenza di istituto giuridico: una forma di ricorso estremo contro una sentenza fino ad allora considerata inimpugnabile, una grazia straordinaria dispensata autonomamente dal princeps.

    Dal punto di vista della teoria del diritto, Augusto sancisce nei fatti l'idea rivoluzionaria della non definitività della sentenza, che favorirà l'istituzione del procedimento di secondo grado di giurisdizione e quindi del processo di appello [Randazzo 2001].

    Forse un riferimento all'istituzione della supplicatio collegata all'azione pacificatrice di Augusto, può leggersi anche in Orazio, Ode IV.15, vv. 9-11: "Ianum Quiriti clausit et ordinem / rectum evaganti frena licentiae / iniecit emovitque culpas": il princeps stabilisce le regole del giusto e tiene a freno la licenza, ma contemporaneamente si arroga la prerogativa di "emovere culpas" anche con il mezzo di procedimenti extra ordinem.

    Una conferma della istituzione della supplicatio in coincidenza con il ritorno di Augusto dalla pacificazione delle province occidentali si trova anche in Cassio Dione 54, 25. 4 (ὑπὲρ τοῖς τε ἱκετεύσασιν αὐτὸν ἐντὸς τοῦ πωμερίου ὄντα ἄδειαν εἶναι), ma secondo quanto afferma lo storico dell'età dei Severi, Augusto avrebbe rifiutato, tra gli altri, anche questo onore tributatogli dal Senato.

    A quanto si desume, invece, dal Feriale Cumanum proprio il 30 gennaio, ricorrenza dell'inaugurazione dell'Ara Pacis, è giorno di supplicatio, in cui il reo può appellarsi all'imperio Caesaris Augusti e può ottenere dalla benevolenza del princeps l'assoluzione anche per imputazioni in relazione alle quali abbia già subìto condanna nel giudizio ordinario.

    III. I temi di ispirazione del programma iconografico

    III.1 Pax aurea
    Lucrezio (99-55 a.C.) compone il De rerum natura circa cinquanta anni prima della costruzione dell'Ara Pacis. L'opera, che si apre con l'invocazione a Venere, progenitrice degli Eneadi (e quindi dei Romani) e garante della prosperità nel mondo, si propone come esempio eccellente del clima diffuso di aspirazione alla pace dell'ultima età repubblicana:

    Madre degli Eneadi, voluttà degli uomini e degli dei, / alma Venere, che sotto gli astri vaganti del cielo / popoli il mare solcato da navi e la terra feconda / di frutti, poiché per tuo mezzo ogni specie vivente si forma, / e una volta sbocciata può vedere la luce del sole: / te, o dea, te fuggono i venti, te e il tuo primo apparire / le nubi del cielo, per te la terra industriosa / suscita i fiori soavi, per te ridono le distese del mare, / e il cielo placato risplende di luce diffusa. Non appena si svela il volto primaverile dei giorni / e libero prende vigore il soffio del fecondo zefiro, per primi gli uccelli dell'aria annunziano te, nostra dea, / e il tuo arrivo, turbati i cuori dalla tua forza vitale. / Poi anche le fiere e gli armenti balzano per i prati in rigoglio, / e guadano i rapidi fiumi: così, prigioniero al tuo incanto, / ognuno ti segue ansioso dovunque tu voglia condurlo. / [...] Fa' che intanto le feroci opere della guerra / per tutti i mari e le terre riposino sopite. / Infatti tu sola puoi gratificare i mortali con una tranquilla pace, poiché le crudeli azioni guerresche governa Marte / possente in armi, che spesso rovescia il capo nel tuo grembo, vinto dall'eterna ferita d'amore, / e così mirandoti con il tornito collo reclino, / in te, o dea, sazia anelante gli avidi occhi, e alla tua bocca è sospeso il respiro del dio supino. / Quando egli, o divina, riposa sul tuo corpo santo, / riversandoti su di lui effondi dalle labbra soavi parole, / e chiedi, o gloriosa, una placida pace per i Romani.

    T.7 Lucrezio, De rerum natura I, 1-17, 29-40 (traduzione di Luca Canali)

    Il testo lucreziano costituisce un precedente importante, che anticipa il grande rilancio in chiave politico-ideologica della figura della dea dell’amore iniziato con Cesare e poi ampiamente coltivato da Augusto: la gens Iulia discendente da Iulo, figlio di Enea, rivendica la discendenza genealogica direttamente da Venere (madre del padre di Iulo, Enea).

    Nel proemio al suo poema Lucrezio propone l'immagine di Venere come dea della pace, in quanto unica, fra tutte le divinità, in grado di debellare, per forza d'amore, il dio della guerra: Marte, il suo amante ("Tu sola potes": vv. 31-40). Già in età ellenistica aveva avuto fortuna nella statuaria l'iconografia di Venus Victrix, in cui la dea porta come trofei le armi del bellicoso amante che per amore si è spogliato dell'elmo e dello scudo.

    La cosiddetta 'Venere di Brescia' (Brescia, Museo di S. Giulia). A destra, una proposta di ricostruzione: il bronzo ellenistico (III sec. a.C.) di Afrodite che si specchia nello scudo di Ares e tiene il suo elmo sotto il piede nella prima età imperiale viene dotato di ali e riproposto come 'Venere-Vittoria' che scrive sullo scudo

    Al di là della generica ispirazione al tema della pace e della genealogia troiana, nel testo lucreziano ci sono forse elementi più puntuali che potrebbero trovare un riscontro in alcuni dettagli della decorazione scultorea dell'Ara Pacis. In particolare nel pannello così detto della 'Tellus', nella figura femminile centrale che nutre i due pueri si potrebbe riconoscere invece una raffigurazione dell'"alma Venus" del v. 1; le due Aure ai lati, accompagnate da fiere terrestri e marine, potrebbero essere interpretate come la traduzione figurativa delle terre e dei mari che, mossi dal soffio dolce di Zefiro, "ridono" feconde per grazia della dea dell'amore (vv. 6 ss.).

    Ara Pacis, lato est: 'Tellus' tra due Aure

    Su ispirazione indiretta del testo lucreziano potremmo riconoscere quindi, anziché una generica allegoria della Terra resa prospera dalla Pace, la stessa dea dell'amore che porta la pace e la prosperità al mondo, e nutre la nuova generazione dei suoi discendenti nella figura dei due pueri attaccati al suo seno. Più in generale nel profluvio di elementi vegetali e animali che popolano l'ampio fregio vegetale si potrebbe leggere anche una traduzione figurata dei versi lucreziani che descrivono l'effetto della potente vis di Venere sulla fertilità del mondo (vv. 10-19).

    L'immagine di un conio neroniano del 66 d.C. (una delle due, uniche e preziosissime, testimonianze iconografiche antiche dell'Ara Pacis: v. la Galleria e il saggio sulle fonti numismatiche in questo numero di "engramma") mostra che su una delle due fronti dell'Ara, en pendant con il pannello della cosiddetta 'Tellus' posto a sinistra, ci sarebbe stato non tanto un pannello con la raffigurazione di 'Roma' (così come viene ipotizzato nella ricostruzione novecentesca) ma piuttosto un quadro che recava come elemento principale "una figura con elmo corinzio, seduta su una sorta di sella curulis verso sinistra e a petto nudo" [Kubitschek 1902]. È da aggiungere che la figura seduta al centro del pannello di destra parrebbe impugnare una corta spada.

     

    Sesterzio di Nerone (post 66 d.C.) con la raffigurazione
    del lato est dell'Ara Pacis; sotto: dettaglio dalla moneta
    con i due pannelli superiori dell'Ara
    Ara Pacis, lato est: ricostruzione della personificazione di Roma

    Soltanto la verifica diretta e una campagna fotografica condotta ad hoc sull'esemplare monetale conservato al Museo del Louvre (e sugli altri esemplari della serie) potrà dare fondamento a una ipotesi di revisione dell'identificazione corrente: riconoscere nelle due figure sedute ai lati di una delle porte dell'Ara Pacis la coppia degli amanti divini, Venere-Pace signora del mondo che fronteggia Marte, dio della guerra.

    III.2 Aurea aetas
    Virgilio scrive l'Egloga IV nel 40 a.C., dopo l'accordo di Brindisi tra Antonio e Ottaviano, in una pausa della guerra civile scoppiata tra i triumviri dopo l'assassinio di Cesare:

    È arrivata l'ultima età della predizione cumana, / ricomincia da capo una lunga serie di secoli / ecco che anche la Vergine torna, torna il regno Saturnio, / ecco una nuova stirpe discende dall'alto dei cieli. / Tu il bambino che adesso nasce e per la prima volta vedrà / cessare la razza del ferro e ovunque spuntare quella dell'oro / proteggilo, casta Lucina; ormai chi regna è il tuo Apollo. / E proprio con te, sotto il tuo consolato, avrà inizio questa gloria del tempo, / o Pollione / e i grandi mesi inizieranno la loro marcia; mentre ci guidi svaniranno anche le ultime tracce / della nostra bassezza, sgombrando la terra dalla lunga paura. / Egli spartirà la vita con gli dei, vedrà agli dei mescolarsi / gli eroi e lui stesso avrà sotto il loro sguardo, / e governerà il mondo in pace con le virtù del padre. / E per te, bambino, primizie di doni che nessuno coltiva: / la terra farà spuntare qua l'edera vagabonda, là il bàccaro / e la colocàsia ti farà una culla coi suoi fiori odorosi.

    T.8 Virgilio, Egloga IV, vv. 3 ss. (traduzione di Fernando Bandini)

    Nei versi virgiliani si esprime la diffusa aspirazione a un'epoca nuova, una nuova 'età dell'oro'. La speranza, come sarà a distanza di decenni nel programma iconografico dell'Ara Pacis, è affidata ai bambini, in questo caso un puer: forse il figlio di Asinio Pollione, a cui l'Egloga è dedicata; o forse, più probabilmente, il figlio atteso da Ottaviano (in questo senso sarebbe da intendere il riferimento alle "patriis virtutibus" al v. 16) e dalla moglie Scribonia, che sarà presto ripudiata da Ottaviano per sposare Livia.

    Nel 38 a.C., dopo lo svanire delle speranze seguite dall'accordo di Brindisi, Orazio scrive l'Epodo XVI che suona come un'amara smentita dell'illusione di pace espressa da Virgilio nell'Egloga IV.

    III. 3 Pax restituta
    La summa della celebrazione della nuova 'età dell'oro' finalmente iniziata, grazie all'azione rivoluzionaria di Augusto, è nel Carmen saeculare di Orazio, composto nel 17 a.C.:

    Febo e tu, sovrana delle selve, Diana, / ornamenti splendidi del cielo, degni sempre di onore ed onorati, concedete ciò che in preghiera vi chiediamo / nel tempo sacro / nel quale i versi sibillini vollero che scelte vergini e giovinetti puri / agli dei che amarono i sette colli / innalzassero un canto. / Sole fonte di vita che col carro lucente porti / e nascondi il giorno e diverso nasci / eppure uguale, nulla più grande possa tu vedere / della città di Roma. / Tu che hai il dolce ufficio di portare alla luce / nel giusto tempo i parti, proteggi, Ilitìa, le madri, / che tu voglia il nome di Lucìna / o quello di Generatrice. / Tu, dea, fa' crescere la nostra discendenza, / dà successo ai decreti del Senato sulle donne / da unire in matrimonio e la legge nuziale, / di nuova prole feconda, / perché il ciclo così determinato di centodieci anni / riporti il canto e la festa tre volte celebrata dalla folla / nella luce del giorno ed altrettante volte / nella dolce notte. / E voi, Parche, veritiere nel predire / ciò che immutabilmente è stato detto – e il termine fissato / degli eventi lo confermi – aggiungete destini fortunati / a quelli già compiuti. / Ricca di greggi e fertile di messi, la Terra / offra a Cerere in dono una corona di spighe, e ciò che nasce trovi nutrimento nell'acqua salutare, / nell'aria di Giove dio del cielo. / Riponi, mite e placato, le tue frecce, / ascolta, Apollo, i fanciulli in preghiera, / e tu regina delle stelle, Luna a due corni, / ascolta le fanciulle. / Se Roma è opera vostra, se alle coste d'Etruria / poterono approdare le schiere d'Ilio / (la parte dei Troiani destinata a mutare Lari e città / facendo rotta verso la salvezza; / e ad essi, attraverso la città incendiata, senza patire danno / il puro Enea, sopravvissuto alla sua patria, / assicurò libera via di scampo, per dare agli esuli / più di quanto avevano lasciato), / date, o dei, alla docile gioventù buoni costumi, / date tranquillità alla placida vecchiaia, / alla gente di Romolo donate ricchezza e prole / ed ogni onore. / E ogni cosa che a voi, col sacrificio dei buoi bianchi, / chiede il sangue illustre di Venere e di Anchise, / ch'egli possa ottenerla, lui che è vincente sul nemico in armi / e con il vinto è mite. / Già le armate possenti sulla terra e sul mare / e i fasci con le scuri albane teme il Persiano, / già vengono gli Sciti a chiedere responsi e gli Indi / fino a ieri superbi. / Già la Lealtà, la Pace, l'Onore e il Pudore / antico e la Virtù dimenticata osano / ritornare, e felice riappare l'Abbondanza / con il corno pieno. / L'Augure divino, il dio dall'arco scintillante, / Febo gradito alle nove Camene, / lui che dà sollievo con l'arte salutare / ai corpi infermi, / se benevolo guarda gli altari sopra il Palatino, / certo estende la potenza di Roma e il Lazio fortunato / a una seconda, eguale, cerimonia e ad un'età / sempre migliore; / e Diana, la dea che regna sull'Aventino e l'Algido, è attenta alle preghiere dei Quindecemviri / ai voti dei fanciulli concede / amichevole ascolto. / Che questa sia la volontà di Giove e di tutti gli dei, / è la speranza buona e certa che con me porto ritornando a casa, io, il coro che di Febo e di Diana / sa cantare le lodi.

    T.9 Orazio, Carmen saeculare (traduzione di Emilio Pianezzola)

    Un'altra ode oraziana, datata tra il 17 e il 13 a.C., canta l'età di Apollo oramai iniziata e la pace che il princeps ha restituito a Roma e al mondo:

    Febo, poiché di battaglie e città vinte / io volevo parlare, affidò il suo rimprovero alla lira, / che non osassi spiegare le mie piccole vele / sulla distesa del Tirreno. La tua età ha riportato, / Cesare, ai campi messi rigogliose / e al nostro Giove le insegne ha reso / strappate ai superbi templi dei Parti; / ha chiuso il tempio di Giano Quirino e alla licenza / che andava oltre le regole del giusto ha posto freno; / ha scacciato le colpe e ha fatto ritornare / le qualità d'un tempo, / che fecero grande il popolo latino / e le forze d'Italia e la fama e la maestà / dell'impero, estesa fino al sorgere del sole / a partire dal letto che lo accoglie, ad Occidente. / Finché Cesare è a guardia dello Stato, né furore civile / né violenza scaccerà la pace, / né l'odio che forgia sull'incudine le spade / e misere città fa tra loro nemiche. / Quelli che l'acqua bevono del profondo Danubio / non infrangeranno le leggi della Casa Giulia, / non lo faranno i Geti, i Seri, i Parti infidi, / né coloro che presso il Tanai sono nati. / Noi, nei giorni del lavoro e della festa, / godendo i doni di Libero giocoso, / uniti ai figli ed alle nostre spose, / dopo aver pregato ritualmente gli dei, / unendo il nostro canto ai flauti lidii / al modo dei padri canteremo i condottieri / che hanno dato prove di valore, / e Troia e Anchise e la stirpe di Venere divina.

    T.10 Orazio, Carmina IV, 15 (traduzione di Emilio Pianezzola)

    L'ode pare riprendere puntualmente i temi dell'Egloga IV, scritta più di vent'anni prima: l'età di Apollo, le messi che ora crescono rigogliose, l'ordine delle leggi riaffermato, i popoli di Oriente e Occidente stabilmente sottomessi a Roma. E infine il tema della Pace restituita al mondo, la genealogia troiana della gens Iulia e la ripresa della figura della progenitrice della Casa di Augusto, l'"alma Venus", divinità centrale della nuova epoca di pace.

    Orazio ripropone le suggestioni del preludio del poema lucreziano ma anche la profezia virgiliana, che si sta inverando grazie alla politica di Augusto, "signore della guerra e della pace" (così Strabone XVII, 3. 25: πολέμου καὶ εἰρήνης ... κύριος): è forse questa la nuova sintesi poetica che veicola nel progetto iconografico dell'Ara Pacis, attualizzandole, le tematiche di quell'età dell'oro che era stata vagheggiata anzitempo da Lucrezio e Virgilio.

    III.4 Il mito troiano
    L'Eneide di Virgilio rilancia in modo importante un mito delle origini che aveva già iniziato ad affermarsi in età ellenistica: Enea, il principe troiano scampato dall'incendio della città con il figlioletto Iulo, il padre Anchise e i Penati, sarebbe approdato alle rive del Lazio, dopo la tappa a Cartagine e la storia d'amore con Didone (e da questa infelice storia d'amore deriverebbe secondo il mito la ragione dell'ostilità dei Cartaginesi contro i Romani). Da Iulo, figlio di Enea e nipote della dea Venere, discende quindi la gens Iulia, la famiglia di Cesare e poi, per adozione, anche di Ottaviano Augusto. Questa la profezia che Enea riceve da Anchise alle porte degli Inferi:

    Ora qui volgi gli occhi, guarda questa gente, / i tuoi Romani. Qui è Cesare e tutta la stirpe / di Iulo, destinata a uscire sotto la grande volta del cielo. / Questo, questo è l'uomo promessoti da sempre, / Cesare Augusto, il figlio del divino Giulio, che di nuovo instaurerà nel Lazio, nei campi dove un tempo regnò Saturno, / il secolo d'oro; e sui Garamanti e gli Indi espanderà l'impero, / in una terra che si stende oltre le stelle, oltre il corso dell'anno e del sole, dove Atlante, che regge il cielo, ruota / sulle sue spalle la volta trapunta di stelle lucenti. / Per i responsi degli dei fin d'ora, in attesa del suo avvento, / tremano i regni del Caspio e la terra di Meozia, / si turbano inquiete nei sette rami le bocche del Nilo. / Mai tante terre nei suoi viaggi percorse l'Alcide, / sebbene abbia trafitto la cerva che aveva zoccoli di bronzo, / placato i boschi d'Erimanto e atterrito Lerna con l'arco; / e neanche Libero che con redini di pampini, trionfante / guida il suo carro, spronando tigri dall'eccelsa vetta del Nisa. / Ed esitiamo ancora a estendere il potere col valore? / o ci impedisce il timore di insediarci in terra d'Ausonia?

    T.11 Virgilio, Eneide VI, vv. 788-807 (traduzione di Mario Ramous)

    Un simbolo forte del legame mitico-storico tra Troia e Roma è il Palladio, la piccola statua di Atena a cui era legato il destino di Troia, che Enea avrebbe portato con sé in Italia, mentre gli Achei si sarebbero impossessati soltanto di una copia del talismano della città: la preziosa reliquia era custodita dalle Vergini Vestali (coinvolte come sappiamo nei rituali dell'Ara Pacis: cfr. Res Gestae Augusti 12, 2) nel Tempio di Vesta (le fonti della prima età imperiale sulla presenza del Palladio a Roma sono: Dionigi di Alicarnasso II. 66, 4-6, e poi Plinio VII, 45). Nell'apparato decorativo dell'Ara Pacis sono stati identificati alcuni temi che richiamano il mito delle origini troiane della casa di Augusto (e, per traslato, dell'eredità di Troia in Roma): in particolare nel pannello con il sacrificio ai Penati. Il pannello di 'Enea' è stata letto come raffigurazione del sacrificio che, secondo Virgilio, Enea avrebbe celebrato una volta arrivato in terra d'Italia. Questa la profezia che aveva fatto a Enea l'indovino troiano Eleno:

    Ti rivelerò gli indizi; tienili impressi nella mente: / quando, angustiato, vicino all'onda di un fiume solitario, / troverai sotto gli elci della riva un'imponente scrofa, / che giace sgravata dopo il parto di trenta nati, / bianca, distesa al suolo, e bianchi alle sue poppe i figli, / quello sarà il luogo della città, la fine certa degli affanni.

    T.12 Virgilio, Eneide III, vv. 388-392 (traduzione Mario Ramous)
    Ara Pacis, lato ovest: il sacrificio di Enea/Numa

    Arrivato poi nel Lazio, Enea fa un sogno in cui gli appare il fiume Tevere che gli ripete la profezia, legando la scrofa 'bianca' alla fondazione di 'Alba'; segue l'avverarsi del prodigio e la celebrazione del sacrificio da parte di Enea:

    E a lui parve che dalla ridente corrente il dio del luogo, / Tiberino, si ergesse tra le fronde di pioppo come un vegliardo; / l'avvolgeva il lino sottile di un mantello azzurro / e un'ombra di canne gli velava i capelli; /allora così parlò, alleviando con la parola i suoi affanni: / "O seme di stirpe divina, che a noi, sottratta ai nemici, / riporti la città troiana e serbi Pergamo all'eternità, / o speranza del suolo di Laurento e dei campi latini, / qui per te e i Penati sicura è la dimora, non desistere; / non sbigottire a minacce di guerra: dileguati sono / i rancori e l'ira dei numi. / E perché tu non creda che ciò sia la finzione di un sogno, / presto troverai una grande scrofa, sgravata di trenta piccoli, / che giace sotto gli elci della riva, una gran scrofa bianca, / stesa al suolo, con i bianchi nati intorno alle poppe; / questo sarà il luogo della città, il sicuro riposo ai travagli / e partito da qui Ascanio, trascorsi trent'anni, / fonderà una città col nome illustre di Alba. / Indubbi eventi ti predico [...] Ed ecco, prodigio improvviso e meraviglioso a vedersi, / una scrofa candida, dello stesso colore dei bianchi figli, / che giace nella selva e spicca sulla verde riva: / e il pio Enea a te, proprio a te, somma Giunone, / l'immola, traendola con il suo branco all'ara e facendo sacrifici.

    T.13 Virgilio, Eneide VIII, 31-85 (traduzione di Mario Ramous)

    Una descrizione del sacrificio di Enea è anche nelle Antichità romane scritte da Dionigi di Alicarnasso in età augustea (intorno al 7 d.C.; l'opera è già stata citata come fonte per la presenza del Palladio troiano nel tempio di Vesta):

    Enea sacrificò agli antenati (Penati) i figli della scrofa insieme alla madre in quel luogo dove ora c'è il tempietto che gli abitanti di Lavinio considerano sacro e inacessibile agli altri. Poi dopo aver ordinato ai troiani di spostare il campo sulla collina, collocò nel posto più in vista [...] le immagini degli dei, e subito si mise all'opera con grande zelo per la costruzione della città.

    T.14 Dionigi di Alicarnasso I, 57

    Lo storico fa riferimento anche alla collocazione sulla collina delle immagini dei Penati: un particolare che potrebbe trovare un riscontro nel dettaglio del pannello dell'Ara Pacis con il sacrificio di 'Enea'. Da segnalare però che la critica non è concorde nel riconoscere nel pannello in questione il sacrificio di Enea: secondo alcuni la figura che sacrifica velato capite sarebbe piuttosto Numa [Rehak 2001].

    Ara Pacis, lato ovest: tempietto sullo sfondo del sacrificio di Enea/Numa

    Un altro elemento della decorazione in cui è stato ravvisato un segno che alluderebbe cifratamente a Troia è il fregio a meandro che, dalla ricostruzione 1938, corre intorno all'esterno di tutti e quattro i lati dell'Ara, a dividere l'ordine superiore dall'ordine inferiore dei pannelli di rivestimento. Ma anche ammesso che il motivo abbia una connotazione 'troiana' (nella bibliografia specifica si trova menzione, peraltro non bene motivata, di un "meandro troiano"), a quanto si evince dalle fonti numismatiche la fascia con il fregio divisorio a meandro dovrebbe essere collocata soltanto sul fronte con i pannelli che raffigurano scene di sacrificio tra cui si colloca il pannello di 'Enea'.

    Ara Pacis, lato ovest: meandro che separa il registro figurativo superiore dal registro inferiore

    L'ispirazione troiana è stata riconosciuta anche nell'abbigliamento dei bambini che partecipano al corteo, tra i membri della famiglia del princeps, nel fregio continuo. La corta tunica e il torques al collo dei fanciulli sono stati identificati come elementi propri del costume troiano. L'abbigliamento metterebbe quindi in evidenza l'ascendenza troiana dei piccoli rampolli della gens Iulia.

    Ara Pacis, lato sud: al centro, uno dei fanciulli (Gaio?) nel corteo di familiares del princeps

    Cassio Dione, nella sua Storia Romana datata tra il II e il III secolo d.C., testimonia che proprio Augusto, dopo il suo ritorno dalla Gallia, in occasione della consacrazione del Teatro di Marcello, avrebbe istituito dei giochi equestri detti ludi troiani, a cui parteciparono i fanciulli del patriziato e tra gli altri il nipote Gaio:

    Dopo ciò [i.e.: dopo il ritorno dalla Gallia Augusto] consacrò il Teatro di Marcello (così fu chiamato) e per la festa di inaugurazione furono istituiti i giochi 'di Troia' a cui parteciparono i fanciulli della nobiltà e tra gli altri suo nipote Gaio.

    T.15 Cassio Dione LIV, 26

    Ai piccoli della gens Iulia, pueri della aurea aetas, è affidata la tradizione dell'eredità ancestrale del mito.

    Riferimenti bibliografici

    Franchini 2005
    L. Franchini, Voti di guerra e regime pontificale della concessione. La riforma del 200, "Tradizione Romana" 4, 2005, in www.dirittoestoria.it

    Gwin Morgan 1971
    M. Gwin Morgan, The Porticus of Metellus: A Reconsideration, "Hermes" XCIX, 1971, pp. 480-505

    Kubitschek 1902
    W. Kubitschek, Die Münzen der Ara Pacis, "Jahreshaefte der Österreichen Archäologichen Institutes in Wien", 1902, pp. 153-164

    Pasqui 1904
    A. Pasqui, Scavi dell'ara Pacis Augustae (luglio-dicembre 1903), "Notizie degli scavi" a. 1903, fasc. 2, 1904, pp. 550-574

    Petersen 1894
    E. Petersen, Ara Pacis Augustae, "Mitteilungen des kaiserlich deutschen archaeologischen Instituts. Römische Abteilung", 1894, pp. 171-228

    Randazzo 2001
    S. Randazzo, Doppio grado di giurisdizione e potere politico nel primo secolo dell'impero, in Atti del Convegno Processo civile e processo penale nell'esperienza giuridica del mondo antico, Pontignano 13-15 dicembre 2001, in www.ledonline.it

    Rehak 2001
    P. Rehak, Aeneas or Numa? Rethinking the Meaning of the Ara Pacis Augustae, "Art Bulletin", June 2001, pp. 190-208

    Una prima redazione di questo contributo è stato pubblicata nel volume Richard Meier. Il Museo dell'Ara Pacis, a cura di G. Crespi, Electa, Milano 2007 (vedi news in questo stesso numero di engramma).

    luglio 2007